Impressionismo Digitale

Nell’Aprile del 1874 si inaugurava a Parigi la prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar, erano ormai trascorsi 11 anni dall’esposizione della scandalosa “Colazione sull’Erba” di Manet presentata al “Salone dei Rifiutati”, a cui segui il capolavoro “Olympia” accolto, sebbene tra numerose critiche, in un salon ufficiale. Da anni i giovani e rivoluzionari artisti si incontravano ogni venerdì al Caffè Gurbois di Parigi, riuniti attorno alla figura di Manet e quando decisero di esporre non avevano ancora un nome, proponendosi al pubblico come “Società Anonima di Artisti”. Solo dopo la stroncatura del critico d’arte Luis Leroy che definiva la tela esposta di Monet impressione, sole nascente, come una carta da parati mal rifinita capace di dare solo l’impressione di un paesaggio marino, il gruppo decise di definire la loro arte “Impressionista”.

Questi artisti rifletterono sul colore proprio di ciascun oggetto giungendo alla conclusione che esso non esista, essendo il risultato dei riflessi e delle ombre degli oggetti circostanti, per questo le loro tele hanno sempre come soggetto la luce che muta volto alle cose: volevano rappresentare l’impressione di un momento, l’attimo fuggente. La loro pittura è fatta di tocchi veloci e virgolettati; il colore è grumoso, pastoso e talvolta, per velocizzare l’esecuzione, veniva steso con le dita. In questa riflessione furono influenzati dalle stampe giapponesi, ma soprattutto dalla fotografia mezzo espressivo estremamente innovativo, non è un caso che la prima mostra avvenne in uno studio fotografico. Spesso le opere impressioniste, in particolare di Degas, hanno un taglio fotografico e danno un’impressione di un’immagine rubata.

Gli Impressionisti cambiarono il corso della storia dell’arte, il loro fu un movimento rivoluzionario che ufficialmente si chiuse con l’ottava e ultima mostra nel 1886, tuttavia ciascun artista continuò un percorso personale che aprì la strada alle “Avanguardie Storiche”.


Oggi la pittrice Beatrice Fineschi intende  proseguire questa ricerca “impressionistica” sulla luce, sulla fusione tra figure e sfondo, utilizzando i mezzi moderni che la tecnologia fornisce agli artisti: del resto l’en plein air dei pittori ottocenteschi fu reso possibile dagli innovativi colori in tubetto.

Punto di partenza di questo nuovo stile della pittrice è un processo molto lungo e laborioso di preparazione dell’opera per realizzare uno scenario veritiero ed armonico: con questa nuova tecnica l’artista sta rivisitando i capolavori del passato dall'”Olympia” alla “Dama con l’ermellino”, dalla frutta di Fede Galizia alle bottiglie di Morandi, ciò necessita di un allestimento complesso sia che si tratti di nature morte che di figure. Innanzitutto la luce che viene utilizzata è sempre e solo quella naturale che filtra dai due lucernari del suo atelier dove vengono fisicamente composti quelli che poi diventano dei dipinti.

Sfondo di tutti gli allestimenti sono i suoi stessi quadri selezionati per l’opera in progetto, oltre a stoffe ed oggetti simili a quelli del capolavoro a cui si sta ispirando, riletto in chiave moderna. Dopo numerosi scatti nelle diverse ore del giorno vengono stampate su carta alcune foto utilizzate come studi preparatori; infine la foto che risulta maggiormente pittorica viene stampata su tela ed inchiodata sul telaio. L’artista si dedica anche a questo passaggio  costruendosi i telai e fissando la tela con chiodi e martello che a questo punto è pronta per essere lavorato.

Parte integrante per tale realizzazione è la macchina fotografica digitale con la quale si ottengono con tecniche particolari foto “sgranate” che poi vengono stampate su tela in grande formato: ne deriva un effetto ottico pittorico, lo spettatore crede di essere di fronte ad una pennellata liquida che fa trapelare la tela.


Nell’ultima fase l’immagine viene dipinta con il tradizionale pennello, con la spatola, con le dita o facendo direttamente colare il colore dal tubetto a seconda della resa cromatica che si vuole ottenere, la finalità è quella di rendere materica l’immagine. Le figure normalmente non vengono toccate se non il minimo indispensabile per fonderle con l’ambiente, in questo modo lo spettatore non è in grado di dire dove finisca la foto e dove inizi il dipinto. La mimesi tra arte e realtà viene quasi sempre completata con applicazioni di perline, brillantini e strass.

Questo stile viene definito da Beatrice Fineschi Impressionismo Digitale perchè si basa sullo studio della luce ed utilizza la macchina fotografica digitale. Le possibilità di applicazione sono svariate dal classico bianco e nero ai vari effetti cromatici, estendendosi alla termografia. Tale tecnica che si basa sulla rilevazione delle frequenze d’onda del calore, e viene usata in molti settori tra cui l’archeologia e l’architettura.

Beatrice Fineschi usa questa tecnica per “costruire quadri”: figure, oggetti e paesaggi vengono trasformati in un a dimensione visiva inusuale composta prevalentemente da quattro colori e da tutte le loro molteplici tonalità: giallo, rosso, verde e blu. Ogni foto non può essere ripetuta perchè ha infinite variazioni, spostamenti dell’obiettivo di pochi millimetri danno risultati irripetibili. La fotografia viene poi stampata e rielaborata manualmente con diversi passaggi.

Con l‘Impressionismo Digitale la pittrice riesce a riassumere e ripercorrere le “Avanguardie Storiche” dall’Astrattismo alla Metafisica, non siamo di fronte a falsi d’autore ma ad opere originali che traggono ispirazione dai grandi artisti del passato.

Dott.ssa Elisa Quintavalle – Storica dell’Arte